Lettera 17. da Baghdad766mio arriuo alla patria, vorrei mettere in esecu-tione vn certo mio capriccio, che sò certo chea V. S. ancora piacerebbe. In quella parte poidelle poesie, che V. S. mi scrisse, che haueuaanimo di aggiungerui, e particolarmente nellacanzone, che diceua già di andar tessendo, nonvorrei che andasse senza lode il Gran Delfino,naue, che prima di tutte mi leuò d'Italia, e miportò in Costantinopoli. Sopra'l suo nome diDelfino, in viaggio di mare, si può scherzarcon mille concetti: ò fingerla vero Delfino, sou-ra'l quale, a guisa d'Arione, io fossi portato: o,che sò io? mille altre cose, che V. S. saperà me-glio di me: basta, vorrei che il Gran Delfinoin ogni modo fosse nominato. Io, a dire il ve-ro, hò tanta affettione a quel vascello, per esse-re stato il primo istrumento, per così dire, del-la mia peregrinatione, che ne feci fare vn ri-tratto naturale, e lo porterò con me con gli altriquadri: ma questo non è niente: se io potessi,lo vorrei metter nel cielo, & ornarlo di più stel-le, che non hà la Naue di Argo. Del resto, nonhò altro che dire a V. S., se non che hò calcula-to tutti i miei viaggi fatti e da farsi, e trouo,che adesso, in quanto al giro (se nel ritorno nonmi sarà chiuso il passo della Turchia, come spe-ro) stò a punto al mezo: ma, se quella stradami
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