500Lettera 13. da Aleppono lasciate stare. Non voglio tacere a V. S. vnacosa da ridere in questo proposito, & è, che l'ar-riuo mio in Gierusalem era stato preuenuto vnpoco dalla Fama; la quale, come ella sà, mesco-la souente insieme rumori veri, e bugiardi. Insomma il venir'io accompagnato più che da pel-legrino, & in modo, che, secondo i costumi deTurchi, auuezzi a ſtrapazzarſi, & a viuer'allapeggio da bestie pari loro, era più che da perso-8na ordinaria; con aggiunta, che si teneuano an-co per mie tutte quelle genti e robbe, che io permie faceua contar per la strada ne i luoghi di da-tio, e non sò quanti cameli ancora di vittouaglia,che andauano dal Cairo alli Frati; haueua fattoſparger gran voce di me, & in fatti il popolaccioignorante mi haueua preso in cambio per figliuo-lo di vn Rè, e per tale mi predicaua: ma perchemio padre non fù Rè, nè di Francia, nè di Spa-gna, nè d'altro paese, che io sappia, della Chri-stianità; m'imagino che doueua esser Rè, ò del-l'Isola Filisquitia, ò d'altro simil Regno, nomi-nato nelle auuenture degli Erranti. Basta, taleil volgo mi teneua, e c era chi faceua fede di ha-uer portato sopra le sue spalle, scaricando le mierobbe, vn buon sacco pieno di Zecchini; e cre-do che quello sciocco s ingannasse con vn sacco,che c'erano dentro briglie di caualli, con certianelli
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1 (1650) La Turchia
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