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1 (1650) La Turchia
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Lettera 13. da Aleppo496perche io fossi veramente in collera, quanto perdar loro in quel modo vn poco di terrore. Il mioCapigì, che è huomo di pace, co'l suo seruidore, & altri, vedutici sù le furie, saltarono subitoin mezo co ī caualli, e vietando a gli vni & a glialtri l'accostarsi, cominciarono a metter buoneparole di mezo. Basta, la cosa andò bene: degliArabi, ò che temessero, o che, non si mosse purvno: quel della bastonata se la tenne: & io anco-ra, co ī miei, rimisi l'armi, e seguitammo a ca-minare; restando s'io non m'inganno, con ogninostra riputatione. Si discorse poi a lungo so-pra'l pagamento, e non si concluse niente; finche, soprauenendo vn Turco, Vfficial di campa-gna del Sangiacco di Gieruſalem, ci fece capacidelle ragioni degli Arabi. C'informò costui deCafiri, e che cosa erano; e come era vso antico,che per lo paſſo, e per le moleſtie che potrebbe-ro dare (quaſi come dicono in Regno di Napolide' tranſiti de' ſoldati) ſi dia loro non sò che pertesta, cosa già stabilita. Si che io, fatto capacedel vero, non pretendendo di riformar gli statialtrui, terminai la cosa in questo modo. Cheandassi io franco, in virtù del Comandamentodel Gran Turco, con tutte le mie genti e bestie,contando al solito per mie tutte quelle di più, chemi piaceuano; e che gli altri pagassero quel cheera