Lettera 13. da Aleppo488tai in me stesso. Da noi, non solo non volse ga-bella, per lo comandamento, che io portaua;ma di più mi fece due lettere a certi ſuoi Mini-stri, che io doueua trouar per la via, acciochemi dessero passo franco, e mi vsassero cortesie,come fecero. Non mi curai di andarlo a visitare;perche andando da costoro, massimamente iChriſtiani, ſi vſa di far certe cerimonie d'inchi-ni, di baciamenti di veste, e d'altri simili atti disommissione, che a dir la verità, a me (tropposuperbo forse) non piace, ne hò voluto far mai aTurchi, eccetto al Gran Signore, quando vi an-dai: il quale, benche Pagano, come Principetanto grande, mi par, che anche i Christiani li-beri poſſano ne ſuoi Stati honorar con ogni debi-ta dimostratione di riuerenza. Però, con l'Emirdi Gazas, sfuggij la scuola, con mandarui il Ca-pigi: il quale portò a lui in mio nome vn rega-letto di confetture, che i Turchi hanno care, &a gli huomini suoi diede vn poco di mancia didenari; scusandomi con l'Emir, che io non an-daua, perche non sapeua la lingua. Frà tantoquel giorno andai vedendo tutta la città, che èpoco grande, e non hà mura intorno; ma sì benhà vn castellotto competente, doue habita il Ba-scià, ò Emir. Vicino al castello, che stà in alto,in cima del colle, al quale fà quasi corona la cit-rà;
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1 (1650) La Turchia
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488
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