Lettera 11. dal Cairo448mi. Monsieur di Vernyès il Fiammingo, man-cò poco, che non tirasse le calze, e le tiraua ſen-z'altro, se staua in altre mani, che le nostreArriuò nondimeno a i delirij, che gli duraronopiù giorni, & hò gran paura, che non gliene siarestato vn poco per sempre; come conoscerà V. S.parlandogli, ſe verrà in Napoli con mie lettereal Signor Andrea, verso doue l'hò già inuiato, ac-cioche se ne torni al paese, non si trouando intermine da potermi seguitar per la Turchia.L'haueuamo guarito: ma mentre sono stato alMonte Sinai, si è gouernato di maniera nel man-giare, che gli e ritornata la febre, e credo, chegli sia data in quartana. Io gli hò fatto correttio-ne più volte dei disordini che faceua, mangian-do quattro, e cinque volte il dì, ogni sorte di por-cherie; e quando non gli si daua, cercandolo dinascosto come fanno i sanciulli: ma nell'vltimoegli mi chiarì, perche mi disse liberamente, cheamaua più tosto di hauer la febre ogni giorno, eanche di morire, se fosse bisognato, che di far die-ta. Si che hauendo io scoperto questa sua fanta-sia, hò procurato di rimandarlo; perche gouer-nandosi in quel modo, chiara cosa è che nonguarirà mai; e condurre io ammalati per viag-gio, non fà, nè per loro, nè per me. Io, Diogratia, sono stato sempre bene: solo nel primoarri-
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1 (1650) La Turchia
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448
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