Lettera 7. da Costantinopoli264per la mia lontananza, lo conosco, e mi dispiace: ma, come saremo ella & io conosciuti, e no-minati nel Mondo, ſe io non mi fò vedere indiuerse parti di quello? già che Nostro Signo-re Iddio non mi hà dato, nè regni, per mezode quali possa farmi sentir di lontano con lo stre-pito di mille e mille spade a me soggette; nè ladolcezza del canto del nostro moderno Guari-no, con la quale possa allettare le nationi stra-niere in guisa, che si compiacciano di far riso-nare il mio nome, come hanno fatto del suo, intutti i loro barbari strumenti. Et vn'huomo,che solo è conosciuto, & amato nella sua patriada gli amici e parenti, che vale? e che gloriaacquista vna famiglia da quei soggetti, il nomede quali dentro alle mura della propria casa sirinchiude, e nella tomba insieme co'l cada-uero, resta per sempre sepellito? Non m'in-segnano, Signor Mario mio, ad esser tale imiei maggiori: non me l'insegna Nicolò Del-la Valle, vno de i più cari a me; che, feli-ce, viue ancora nelle bocche di molti: non mel'insegnano molti altri, che per breuità passocon silentio: e finalmente non mi comandanoquesta quiete di vita quei miei buoni antichi,che lasciarono quel bellissimo testamento, cheancora in casa mia si vede scritto sotto le ima-gini
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1 (1650) La Turchia
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264
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