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1 (1650) La Turchia
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De' 27. di Giugno 1615.261dió, e fò vn viaggio e due seruigi, come si dice:anzi hò speranza di cauargliene forse alcuna dimano, che se potessi riportarne in Italia, le sti-merei assai. Attendo dunque con diligenza, enon fò altro tutto'l dì. In queste venticinque òtrenta lettioni, che hò hauuto in tutto e per tut-to infin'adeſſo, aiutato da vn poco di neceſſità,che l'huomo hà alle volte di farsi intendere aqualche persona, sono arriuato a poter dir qual-che cosa, tanto che in terra di Turchi non mo-rirei più di fame; & anche in altri negotij, par-te con cenni, e parte parlando, mi farei forse in-tender quasi di ogni cosa. Lo scriuere, lo trouofacile assai: ma il leggere, come V. S. sa, inqueste lingue, non e possibile senza punti, senon quelle parole, che l'huomo intende: ognigiorno ne imparo intorno ad vna trentina, equelle, che sò, le leggo benissimo, però nel ca-rattere più chiaro, perche ne hanno di dodici,ò quindici sorti: adesso comincio a leggere queipiu difficili, e tiriamo innanzi allegramente.Fò di più vn'altra diligenza, che trouandomihauer con me vna Fabrica del Mondo dell'Alun-no, che come V. S. sà, hà margine grande, civado copiando tutti i vocaboli, che imparo ognigiorno, e seruirà per dittionario, se però inmolti non errerò di mettergli in luoghi non apro-