De'13. di Giugno 1615.quelle tante corde tirate di quà e di là, viene adesser tanto intrigato, che senza essere a quei delcampo di alcuna confusione, V. S. mi creda,che per gl'innimici starebbe assai ben guardato;se non vi fosse il pericolo, e troppa facilità, ditagliarsi le corde, e buttarsi i padiglioni per ter-ra, con rouina e morte certa di chiunque sottovi fosse colto. Quello poi, che più d'ogni altracosa mi piacque, fù la grandezza, e la bellezzade padiglioni degli huomini grandi, e partico-larmente di quello del Bascia; donatogli horadal Gran Signore, di valore, come dicono, diſedici mila zecchini. Circa queſto particolarenon posso dire altro breuemente a V. S., se nonche hò trouato aſſai più di quello, che penſaua:anzi, che quei padiglioni, che descriuono fa-uolosamente i nostri Poeti, come il Tasso nellaseconda Gierusalem, e simili, mi riescono piùtosto inferiori, che altro, a questi veri. Non cisono lauorate e ricamate historie d'auuenimentimemorabili, perche i Turchi non dipingonomai, nè vogliono figure humane, e nè anchedi animali: ma nel resto, di ricchezza, di gran-dezza, e d'artificio di machina, sicuramentequesti, che hò veduti, son migliori di quelli,che hò letti. Quello del Bascia, doue io entraimolto dentro co'l Signor Ambasciadore, e soloco'i
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1 (1650) La Turchia
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239
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