Lettera 5. da Costantinopoli.212co'l calamaio, che mi dissero, che era gioiellato, ma io non vi badai; e così nelle dita, cheportaua bellissimi diamanti, & altri in testaalle sue penne. Il vestito, era bianco al solitoche così l'vsa quasi sempre: nè men questo iovidi che fosse; ma mi dissero, che era il Dula-màn di tela d'argento, e'l Ferage di raso bianco, foderato di pelli di Zibellini. Fornita datutti noi la cerimonia del baciar le vesti, i dueBaili, che soli co'l Dragomanno restarono in ca-mera, esposero l'ambasciata breuissimamente,come hò detto: il vecchio, domanda licenza; elnuouo, offerisce buona amicitia della Republi-ca, e coſe ſimili; e'l Dragomanno ridice l'vn'el'altro in Turcheſco; e poi ſubito ancor'eſſi eſcono fuori, senz'hauer'altra risposta: ò se pur l'han-no, sarà al più, per bocca del Primo Vezir, queste parole, A buon viaggio il vecchio; e benvenga il nuouo. Nel cortile vscendo i Baili, ciradunammo insieme, & andammo via; e fuoridella seconda porta, leuandoci le vesti donatedal Gran Signore, montammo a cauallo; e riti-rati vn poco da parte, aspettammo che vscisse ilGiannizeragà con tutte le sue militie, che dura-rono vn pezzo a passare; e dietro a questi, noiancora, vscendo dalla prima porta, c muiammeverso casa, con la medesima caualcata fin'al ma-re,
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1 (1650) La Turchia
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212
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