Lettera 5. da Costantinopoli.204piatti piccioli, che a dire il vero non vidi se era-no di stagno ò d'argento; ma credo più tosto distagno, perche così erano anche i piatti ne' qualisi mangiaua, fatti a questa vsanza con piede molto alto, quasi simili ad vna nostra scaldauiuande.Il Cancelliero, che mangiaua vicino a noi solo,per regalarci, dopo hauer'egli beuuto due volte,mando la sua scodella a i figliuoli del Bailo, & ame, che beuessimo ancora noi, & io ne beuuiallegramente, che questi Scerbetti mi piaccionoassai: e V. S. mi creda, che ci hò assuefatto tan-to il gusto, che hò paura, che ci sarà de' fastidija tornare all'acqua schietta di formale. Stò at-torno a Tomasetto, che impari di fargli, per ha-uerne in Italia: non sò che si farà. Finito inquesta guisa di mangiare, si leuarono le mense,e dalle ginocchia de conuitati i ſciugatoi dipinti, restando solo i bianchi per asciugarsi le mani,che ad vno ad vno fù dato da lauare a tutti; e poisi licentiarono i Baili da i Bascià, & insieme contutti noi vscirono dalla sala, & andammo a se-dere in vn certo luogo diputato del cortile, vi-cino alla terza porta del Gran Signore, ma fuoride' portici delle colonne, aspertando d'essere in-trodotti dentro, quando era hora; & intanto inquel luogo, sopra gli habiti nostri, ci vestimmole vesti, che come dissi dona il Gran Signore; lequali
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1 (1650) La Turchia
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