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1 (1650) La Turchia
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Lettera 7. da Costantino poli256Infinitamente mi rallegro, che V. S. attendacon feruore alla lingua Araba; e tanto più, chehabbia così buon maestro, come mi scriue. Pervita sua, d'adesso me gli offerisca per discepolo,perche tale desidero d'essergli io ancora, se suaSignoria mi vorrà fauorire. A quel, che V. S.mi auuisa, hà fatto gran profitto; & e molto in-nanzi, per quel poco, che ne posso conoscere.Io qui, all'Arabico non hò atteso, perche sem-pre hò hauuto ſperanza di poterlo fare in Italia.Mi son dato al Turchesco, del quale inuero misono molto inuaghito, e per esser facile, e bel-lo, e di ſcala all'Arabico & al Perſiano; e per eſser cosa singolare nel mio paese, doue, se io losapessi, senza dubbio sarei solo: & in sommaper molti altri rispetti, e massimamente dellacommodità d'impararlo, che in Italia difficil-mente si trouerebbe. Ma ci hò hauuto malissi-ma fortuna; e dirò a V. S. quanto ci hò passato.Nel principio, che venni qua, passò gran tempo prima, che io potessi trouar maestro: poi netrouai vno Ebreo, che soleua imparare a i fi-gliuoli, e venne per darmi lettione: ma, ben-che io gli facessi vedere, che conosceua benissi-mo le lettere, e le cose appartenenti al leggere,studiate da me nell'Alfabeto del Raimondo, delquale i Turchi non hanno cosa migliore; vo-leua