Lettera 6. da Costantinopoli248ue di vn drappo di quei paesi di lana e seta, &vn tapeto grande di dugento picchi, cioe tutto,che doueua eſſer forſe venticinque picchi di lun-ghezza, & otto di larghezza; & vn picco è vnterzo di vna canna Napolitana: in somma era-no dodici huomini a portarlo, carichi quantopoteuano, e credo, che fosse bello e ricco. Sbri-gatomi già dalle nuoue, haurei hora da dir mol-to a V. S. intorno alla peste, la quale veramen-te trauaglia la città non poco: ma non vogliodirne ogni cosa, perche non voglio, che voi al-tri Signori, che ci amate, habbiate, come forsehaureste, fastidio, per tema delle persone nostre.Questo sì le diro, che io non ne hò vna pauraal Mondo: non so io stesso perche, ma non mipar veriſimile di hauer da morir di queſtoma-le. Mi guardo sì bene; però niente piu di quel-lo, che fanno gli huomini del paese, che ci sono auuezzi; che non posso già tenermi nelloscatolino della bambagia: ma in fatti, come que-gli, che non ne hò paura, infin'adeſſo per gratiadi Dio la passo bene, e così spero che sarà perl'auuenire. Tomasetto, stà che spirita; e questigiorni addietro gli era entrata addosso tantapaura, che cominciò a far mala cera, a smagrire, a far sogni paurosi la notte, come diceua, avenirgli il batticuore; basta, staua a mal termi-ne:
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1 (1650) La Turchia
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248
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