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1 (1650) La Turchia
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Lettera 5. da Costantinopoli.190che sono occulte anche ad huomini de' buoni delpacse. Basta; le amicitie & i denari fanno grancose; & al mio ritorno spero, che V. S. haueràgusto a leggerne più di quattro, che verranno dabuon luogo. Hora, per tornare a proposito, dapo lunga digressione, che forse non sarà statunociua, per dare a V. S. più chiarezza delle co-se, che hò da dire; per lo Martedi alli dieci diMarzo fù stabilito, che il Bailo andasse in Di-uàn grande, ò publico; cioè, in Consiglio pu-blico, e poi a baciar le vesti al Gran Signore, co-me è solito: e due ò trè giorni prima mandaro-no al Bailo vecchio, che ritiene come io dissi l'au-torità, sin che il nuouo sia riceuuto, non sòquante vesti per lui, e per la gente, che haueuada entrar con loro. Perche non và niuno a farriuerenza al Gran Signore, che non sia da lui ve-stito: e questa veste, che egli dona, che è di certi broccati di Bursia di poco valore; è vn Feragècome chiamano qui; veste da portar di sopra, esi mette sopra l'altro Feragè, che l'huomo porta,credo per honorare il dono del Principe, e cosìsi và innanzi a lui; e fà vn'effetto strauagante,giusto come se in Napoli vno portasse due fer-raiuoli, vno sopra l'altro. Venuta la mattina,ci radunammo tutti a buon'hora in casa del Bai-lo; vestiti alla Turchesca, ò Greca che vogliamodire: