Lettera 3. da Costantinopoli.156ordinariamente tutte in scerbetti; li quali, adif-ferenza di quelli da bere, si chiamano solutiui:e si fanno pur di mille sorti; e certo son dilicati,assai più senza dubbio degli sciroppi, e delle be-uandaccie de gli spetiali nostri: ma non tantoquanto i solimati dolci, e le altre galanterie delmio Signor Francesco. Io hò prouato questiscerbetti solutiui, perche ne volsi per la stiti-chezza, e per rinfrescarmi vn poco, che mi pa-reua di hauerne bisogno; e me ne diedero vnodi rose, che non fù cattiuo, nè d'operatione, nedi gusto. Non son beuande da ber per delitie:ma bisognando, si possono pigliar senza nausea,e senza fastidio. Ho scritto a V. S. queste coseminutamente, perche a lei possono esser di cu-riosità. Se sono stato troppo diffuso, mi perdo-ni, che vn altra volta faro peggio. Vengo horaa dirle delle feste.De'Turchi, hò veduto fin'adesso l'vno e l'al-tro Beiramo, grande, e picciolo, che sono lePasque loro; e le celebrano, non con altro, checon mangiamenti straordinari, e con giuochipublici per le strade, e con luminarie, & orationi nelle Meschite. I giuochi che si fanno pertutta la città, di giorno, e di notte, sono in pri-ma, bellissime Cannofiendole, come si dice inRoma, che in Napoli credo che le chiaminoSa-
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1 (1650) La Turchia
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156
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