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1 (1650) La Turchia
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III

Lettera 12. dal Cairoe sia tenuta a pagar qualche somma di denari alSubasci, ò ad altri; che allhora, se non glipronti, il Subaſci paga per lei, ma la tiene in pe-gno come ſchiaua, fin che ſi riſcuota, e la mandaa guadagnare al detto luogo, che dagli Arabi èchiamato Babullùc, e la donna che vi habita, Ba-bullucchie: parola, che a dirla ad vna donna èingiuria più che a dirle Puttana, come forse V. S.deue ſaper meglio di me; ſe nella lingua Araba,hauerà fatti a quest'hora quei progressi, ch'iom'imagino, e che si possono aspettare dall'inge-gno ſuo. Io nella Turca fatto vn poco di pro-fitto, ma nell'Araba quasi niente; perche senzaordine, e grammatica, ò Maestro buono, non èpossibile. Vado ben'imparando qualche vocabo-lo; & in particolare imparato a cantar, nellaloro musica, alcune canzonette, che a sentirlenon sono ingrate, come la Suessie, & altre si-miliMa, per tornare al propoſito delle coſe vedu-te, questo Carneuale mi trouai alle nozze di cer-ti Christiani Costi, ò Egittij, de' quali a V. S. nel-l'yltima mia scrissi a lungo, e vidi le loro cerimo-nie: le quali non consisterono in altro, che inmangiamenti, e sordidissime vbbriachezze; &in andar cantando i loro Preti per la strada in-nanzi allo sposo, & alla sua comitiua, al suon dicerti