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1 (1650) La Turchia
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Lettera 11. dal Cairo324in mare le fà bianche, e dolci: tuttauia per la po-ca pratica de' marinari Turchi e Greci, che nonintendono la carta, & a pena sanno adoperare ilbossolo, quando scoprimmo terra, ci trouammoesser sessanta miglia sopra Alessandria a Rossetto,che da i Turchi e detto Rescìd, doue è vn'altrabocca più grande del Nilo. Di maniera checon vna flemma da impazzire, bisognò voltareindietro, e mettersi in volte lunghissime; nellequali ancora, per la medesima insufficienza demarinari, e per l'inhabilità del vascello a questomodo di nauigatione, bene spesso più tosto per-deuamo, che auanzauamo. I cancheri, e mal'an-ni, che per ciò si mandauano generalmente alPadrone, & a' suoi compagni, V. S. li può ima-ginare. Io era il più fastidioso di tutti; perchemi era venuto vn poco d'impatienza: cacciauamano al mio bossolo: gli daua della bestia, e del-T'ignorante per la testa: certi Turchi passaggieridi autorità faceuano circolo; e come quelli, chequando ſentono vn'huomo, che parla più deglialtri, credono, che sappia assai, tutti mi dauanoragione: in somma c era vn romor del Diauoloe bisogno, che certi piloti più vecchi venissero adarmi sodisfattione con gli strumenti in mano,scusandosi, che si erano tenuti tanto alto a Le-uante, perche, per la grandezza straordinaria delva⸗