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1 (1650) La Turchia
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269De' 27. di Giugno 1615.to honore, e ne sà assai. Di più, dopo che fùhuomo di spada, attese alle Mathematiche, nel-le quali hoggi è forse de'valenthuomini, che cisiano. Di quella parte della Filosofia, che spet-ta alla cognitione de' semplici naturali, alle di-stillationi, e cose simili, è più che ordinaria-mente intendente. In quanto alle lingue poi,oltra le nostre volgari Italiana, Spagnuola, e Te-desca, che parla come la Francese sua naturale,& anche qualche poco la Fiamminga; sà di piùla Greca letterale, così bene, quanto la Latina,& hora hà imparato l'Ebraica, nella quale atten-de tuttauia, studiando molte hore del giornocon vn'Ebreo, che tiene in casa a posta, dopoche non viene più ad insegnargli quello, che in-segnaua anche a me: & hà fatto a questa horatal profitto, che già, non solo intende tutti i li-bri senza punti, anche de'Rabbini, e de'più dif-ficili, che habbiano; ma hormai la comincia aparlare, & io l'hò inteso molte volte co'l suoEbreo, che certo mi fà stupire. Congiunte que-ste facoltà con vn'ingegno de i più marauiglio-si, che io habbia mai praticato, e con vna pra-tica, come hà, di maneggi di Principi, e di co-se grandi; V. S. può considerar, che soggetto è.Io le giuro, che l'amo, non solo come vn miocaro Signore, che per tale lo riuerisco; ma se fossemio