Lettera 7. da Costantinopoli252sempre senza suo incommodo, quando potràrubar qualche meza hora alle altre sue migliorioccupationi. Nè resti V. S. mai di farmi que-sto fauore, perche creda, che io sia partito diquì, e sia per viaggio, e che le lettere non micapitino; perche io hò posto per tutto tali ordi-ni, che vada pur doue io voglia, le lettere pertutto mi seguiteranno, e le hauerò; e se ben tar-di, ne prenderò pur'in qualche tempo il gusto,che desidero: e quando ben'anche ne andasse al-cuna a male per la via, che non lo credo; laperdita d'vn foglio di carta non è tanto danno,che debba V. S. lasciar di scriuere, per tema diquesto. Mi marauiglio, che insieme con la let-tera al Signor Coletta delli sette di Febraio (laquale veramente arriuò intempestiua ne i gior-ni di penitenza) non arriuasse anche vn'altradel medesimo giorno, che io scrissi a V. S., emandai in vn'altro piego con lettere al SignorCompar Andrea: ma forse sarà arriuata dapoi, eda quella V. S. hauerà inteso, più fedelmentealmeno, se non più esattamente, la relatione diquelli comparaggi, matrimonij, & altre ceri-monie, e riti, che mi era trouato a vedere di que-sti nobili Greci, come Tomasetto, confusamen-te al meglio che sapeua, ne daua auuiso al Si-gnor Coletta. Credo ancora, che poi di mano—in ma-
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1 (1650) La Turchia
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