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1 (1760) (1760)
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308
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308 DELL'ENEIDENon corse mai, se ben de' Cereniti,Di Lerna, e d'Erimanto i mostri ancise.Ne tanto ne domò chi domò gl'indi,E nel trionfo suo di viti, e pampiniAlle tigri di Niſa il giogo impoſe.E sarà poi, che 'l valor nostro manchiDi gloria, e tu di speme, e d'ardimentoDi far d'Ausonia il desiato acquisto?Ma chi fia questi, che da lungi scorgo venerando, il crin cinto d'olivo,Con quelle bende, e con quei sacri arredi?A la chioma, a la barba irta e canuta,Mi sembra, ed è di Roma il santo Rege.Che dal picciolo Curi a grande imperoSarà da lei chiamato. E sarà il primo,Che cerimonie introdurravvi, e leggi.A lui Tullo vien dopo il forte, e saggioCh'a i dismessi trionfi rivocandoLa gente gia per lunga pace imbelle,La tornerà di neghittosa, e mite,Un'altra volta armigera, e guerriera.Anco è quell'altro che lo segue appresso,Che d'onor troppo, e del favor del volgoDi gia si mostra ambizioso, e yago.

IIBI