LIBRO SESTO.Ed eterna non sia la pena sua.Che fatto a chi lo scempia esca, e ricetto,Del suo proprio martir s'avanza, e cresce:E perche sempre langua, unqua non more.Di Lapiti a che parlo? D'Ixione,Di Peritòo: e di quegli altri tuttiCui sopra al capo un'atra selce pende,Che grave, e ruinosa ad ora, ad oraSembra che caggia. Avvi la mensa d'oro-Con prezioſi cibi in regia guiſaApparecchiati, e proibiti insieme.Chè la fame infernal furia maggioreGli siede a canto: e com' piu'l gusto incendeDi lui, piu dal gustarne in dietro il tragge,E sorge, e la sua face estolle, e grida.Quei che son vissi a i lor fratelli amari;Quei ch'an battuti i padri: quei che frodeHanno ordito a' clienti: i ricchi avariE scarsi a suoi, di cui la turba è grande;Gli occisi in adulterio; i violenti;Gl'infidi; i traditori; in questo abissoAn tutti i lor ridotti, e le lor pene.E che pena, e che forma, e che fortunaDi ciascun sia; non è d'uopo ch'io dica.T iiij
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