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1 (1760) (1760)
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294
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294 DELL'ENEIDEChe temerario veramente, ed empioFu di voler, quale il tonante in cielo,Tonar qua giuso, e folgorare a pruova.Questi su quattro suoi giunti destrieri,La man di face armato, alteramentePer la Grecia ſcorrendo, e fin per mezzoD'Elide, ov'è di Giove il maggior tempio,Di Giove stesso il nume, e de gli DeiS'attribuiva i sacrosanti onori.Folle, che con le fiaccole, e co'bronzi,E con lo scalpitar de' suoi ronzoniI tuoni, i nembi, e i folgori imitava;Ch'imitar non ſi ponno. E ben fu degnoCh'ei provasse per man del padre eternoD'altro fulmine il colpo, e d'altro vampo,Che di tede, e di fumo: e degno ancora,Che nel baratro andasse. Eravi TizioQuei de la terra smisurato alunno,Che tien disteso di campagna quantoUn giogo in nove giorni ara di buoi.Questi ha sopra un famelico avoltore,Che con l'adunco rostro, al cor d'intornoGli picchia e rode, e perche sempre il paſca,Non mai lo scema sì, che 'l pasto eterno,