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1 (1760) (1760)
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288
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288 DELL'ENEIDEDa gran timor furo assaliti: e parteVolser le terga come gia fuggendoVerso le navi: e parte alzar le voci,Che per tema sembrar languide, e fioche.Deifobo di Priamo il gran figlioVide ancor qui, che crudelmente ancisoIn disonesta, e miserabil guisaAvea le man, gli orecchj, il naso, e'l voltoLacerato, incischiato, e monco tutto.Per temenza il meschino, e per vergognaD'esser veduto, con le tronche bracciaUn sì brutto spettacolo celando,Indarno si facea schermo, e riparo;Ch'al fin lo riconobbe: e con l'usataDomestichezza incontro gli si fece,Così dicendo: poderoso eroe,Gran germoglio di Teucro, e chi sì crudoFu mai, chi tanto osò, cui si permise,Che facesse di te strazio sì fiero?La notte che seguì l'orribil casoDe la nostra ruina, io di te seppiCh'assaliti i nemici, e di lor fattaStrage che memorabile fia sempre,Tra le caterve de' lor corpi estinti

Stanco