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1 (1760) (1760)
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286
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286 DELL'ENEIDEFato, fato celeste, imperio eſpreſſoFu del gran Giove, e quella stessa forzaChe da l' eteria luce a questi orroriDe la profonda notte or mi conduce,Che da te mi divelse: e mai credutoCiò di me non avrei, che'l partir mioCagion ti fosse ond'a morir ne gissi.Ma ferma il passo, e le mie luci appagaDe la tua vista. Ah perche fuggi? E cui?Quest'è l'ultima volta, oimè, che'l fatoMi dà ch'io ti favelli, e teco io sia.Così dicendo, e lagrimando intantoPlacar tentava, o raddolcir quell'alma,Ch'una sol volta disdegnosa, e torvaLo rimirò; poſcia o con gli occhj in terra,O con gli omeri volta, a i detti suoiStette qual' alpe a l'aura, o ſcoglio a l'onde;Alfin mentre dicea, come nimicaGli ſi tolſe d'avanti: e ne la ſelvaAl suo caro Sichèo, cui fiamma uguale,E par cura accendea, ſi riconduſſe.Ne però men dolente, o men pietosoReſtonne il teucro duce. Anzi quant'oltrePotè con gli occhj, e lungo spazio poi,