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1 (1760) (1760)
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277
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LIBRO SESTO.Ma'l severo nocchiero or questi, or quelliScegliendo, o rifiutando; una gran parteLunge tenca dal porto, e da l'arena.Enea la moltitudine, e'l tumultoMeravigliando; ond'è vergine disseQuesto concorso al fiume? E qual disioMena quest'alme? E qual grazia, o divietoFa che queste dan volta, e quelle approdano?A ciò la profetessa brevementeCosì ripose: Enea stirpe divinaVeracemente (che di ciò n'accertaIl qui vederti) là Cocìto stagna:Quinci va Stige: la palude, e'l numePer cui di spergiurar fino a gli DeiDel cielo è formidabile, e tremendo.Questi è Caronte il suo tristo nocchiero;Quella turba che passa, è de' sepolti:Questa che torna, è de' meschini estinti,Che ne tomba, ne lagrime, ne polveEbber morendo. A lor non è concessoTrajettar queste ripe, e questo fiume,Se pria l'ossa non an seggio, e coverchio.Erran cent'anni vagolando intorno,A questi liti: e'l disiato stagnoS iij

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