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1 (1760) (1760)
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261
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LII.

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LIBRO SESTO.Infin da l'imo petto orò, dicendo:Febo, la cui pietà mai sempre a TrojaFu propizia, e benigna: onde di PariGia reggesti la man, drizzasti il teloContra al corpo d'Achille. Io dal tuo lumeScorto fin qui, tanto di mare ho corso,Tante terre ho girate, a tanti rischjMi sono esposto. Insino a le remoteMassile genti, infin dentro a le SirtiSon penetrato. Ed or pur tua mercedeDi questa fuggitiva Italia il litoEcco ho gia tocco, e ci son giunto al fine.Ah che questo sia il fine. E qui rimangaL'infortunio di Troja. È tempo omaiDii tutti, e Dee, cui la dardania genteUnqua fece onta, che perdono, e paceLe concediate. E tu vergine santaDel futuro presaga, or ne dimostraIl seggio, e'l regno, che ne danno i fati(Se pur ne'l danno) ove i trojani afflitti,Ove di Troja i travagliati numi,E i dispersi Penati alberghi, e posi.Ch'allor di saldo marmo a Trivia, a FeboErgerò tempj; e del suo nome i ludiR iij