III.
LIBRO QUINTO.Ch'i suoi maestri impallidir per tema:E richiamando, lo seguiro in vano.Giunto che fu; che furor (disse) è questo?Dove, dove ne gite? E che tentateMisere cittadine? Ah che non questiDe'greci i legni, o gli steccati sono.Voi di voi stesse le speranze ardete.Io sono il vostro Ascanio: e qui l'elmettoOnde a la giostra era comparso armato,Gittossi a piè. Corsevi intanto Enea:Vi corsero de' teucri, e de' sicaniLe ſchiere tutte. Allor per tema ſparſeLe donne per lo lito, e per le selveSe ne fuggiro: ed appiattarsi ovunqueEbber di rupi, o di spelonche incontro.Chè pentite del fallo, odiar la luce:Cangiar pensieri: e con l'amor de' suoiIri del petto disgombrarsi, e Giuno.Ma non però l'indomito furoreCessò del foco: chè la secca stoppa,E l'unta pece, e gli aridi fomentiL'avean fin dentro a le giunture appreso.Onde nel molle, ancor vivo esalavaQ
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