232 DELL'ENEIDEQuinci vedete, qual ne' miei verd'anniFu la mia possa: e da qual morte aggiateLiberato Darete; e ciò dicendoRecossi anzi al giuvenco, e'l duro cestoGli vibrò fra le corna. Al fiero colpoS'aperse il teschio, si schiacciaron l'ossa,Schizzò'l cervello, e 'l bue tremante, e chinoSi scosse, barcollò, morto cadè.Ed ei soggiunse: Erice a te quest'almaPiu degna di morire offrisco in veceDi quella di Darete: e vincitoreQui'l ceſto appendo, e qui l'arte ripongo.Immantinente Enea l'altra contesaPropon de l'arco, e i suoi premj dichiara.Ma l'albero condur pria de la naveFa di Sergesto, e ne l'arena il pianta:Suvi una fune, e ne la fune appendeUna viva colomba: e per bersaglioLa pon de le saette, e de gli arcieri.Fersi i piu chiari avanti, e i nomi loroDel fondo si cavar d'un'elmo a sorte.Uſcìo primiero Ippocoonte, il figlioD'Irtaco generoso, a cui con lietoGrido la gente applauſe. A lui ſecondo
Einzelbild herunterladen
verfügbare Breiten