DELL'ENEIDE180Che riceve da me sì caro pegno:Se del regno d'Italia io lo defraudo,Che li son padre, quando il fato, e GioveNe'l privilegia. E pur dianzi mi venneDal ciel mandato il messaggier celesteA portarmi di ciò nuova imbasciataDal gran Re de gli Dei. Donna io ti giuro,Per la lor deità, per la ſaluteD' ambedue noi, che con quest' occhj il vidiQui dentro in chiaro lume: e la sua voceCon queſt' orecchj udii. Rimanti adunqueDi piu dolerti: e con le tue quereleNe te, ne me piu conturbare. ItaliaNon a mia voglia io seguo; e piu non disse.Ella mentre dicea, crucciata, e torvaLo rimirava, e volgea gli occhj intornoSenza far motto. Al fin da sdegno vintaCosì proruppe: tu perfido, tuSei di Venere nato? Tu del sangueDi Dardano? Non gia. Chè l'aspre rupiTi produsser di Caucaso: e l'ircaneTigri ti fur nutrici. A chè tacere?Il similar che giova? E che di meglioNe ritrarrei? Forse, ch'a' miei lamenti
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