176 DELL'ENEIDEFu ciò che impose. Ma Didon del trattoTosto s'avvide. E che non vede amore?Ella pria ſe n'accorſe, ch'ogni coſaTemea benche ſecura. E gia la ſteſſaFama importunamente le rapportaArmarsi i legni, esser i teucri accintiA navigare. Onde d'amore, e d'iraAccesa, infuriata, e fuori uscitaDi se medesma, imperversando scorrePer tutta la città. Quale a i notturniGridi di Citeron Tiade allora,Che'l triennal di Bacco si rinova,Nel suo moto maggior si scaglia, e freme;E scapigliata, e fiera attraversando,E mugolando al monte si conduce;Tal' era Dido, e da tal furia spintaEnea da se con tai parole assalse:Ah perfido! Celar dunque sperastiUna tal tradigione? E di nascostoPartir de la mia terra? E del mio amore,De la tua data fè, di quella morteChe ne farà la sfortunata Dido,Punto non ti sovviene, e non ti caleForse che non t'arrischi in mezzo al verno
Tra
II