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1 (1760) (1760)
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170 DELL'ENEIDEChi con nodo dicea di maritaggio,Chi di lascivo amore: e ch'ambeduePosti i regni in non cale, a l'ozio, al lusso,A la lascivia bruttamente additti,Consumavan del verno 1 giorni tutti.Queſte, e coſe altre aſſai la ſozza DeaPer le bocche de gli uomini spargendo,Tosto in Getulia al gran Jarba pervenne:E con parole, e con punture acerbe de l'offeso Re l'animo accese,Ch'arse d'ira, e di sdegno. Era d'Ammone,E de la garamantide napca,Gia rapita da lui, queſto Re nato.Onde a Giove suo padre, entro a' suoi regniCento gran tempj, e cento pingui altariAvea sacrati, e di continui fochiMantenendo a gli Dei vigilie eterne,Di vittime, di fiori, e di ghirlandeGli tenea ſempre riveriti, e colti.Ei siccom era afflitto, e conturbatoDa l'amara novella, anzi a gli altari,E fra gli Dei, le mani al cielo alzando,Cotali, umile insieme, e disdegnoso,Porse prieghi, e querele. Onnipotente

IIB