LIBRO QUARTO.Padre, a cui tanti opìmi, e sontuosiConviti, e di lenèo sì larghi onoriOffriſce oggi de' mauri il gran paese;Vedi tu queste cose? O pure in vanoTonando, e folgorando ci spaventi?Una femina errante, una che dianziEbbe a prezzo da me, nel mio paese,Per fondar la sua terra, un picciol sito;Una ch'arena ha per arare, ha vitto,Loco, e leggi da me; me per maritoRifiuta, e di se donno, e del suo regnoHa fatto Enea. Questo or novello PariCon quei suoi delicati, e molli eunuchiMitrato il mento, e profumato il crineVa del mio scorno, e del suo furto altero,Ed io qui me ne sto, vittime, e doniA te porgendo, e son tuo figlio indarno.Così Jarba dicea; ne da l'altareS'era ancor tolto; quando il padre udillo,E gli occhj in ver Cartagine torcendo,Vide gli amanti, ch'a gioire intesi,Avean posti in oblio la fama, e i regni.Onde volto a Mercurio; và figliuoloGli disse, chiama i venti, e ratto scendi
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