DELL'ENEIDE154L'udir gli altri ciclopi, e da le selve,E da monti calando, in un momentoCorsero al porto; e se n'empiero i liti.Gli vedevam da lunge in ſu l'arena,Quantunque indarno minacciosi, e torvi,Stender le braccia a noi, le teste al cielo.Concilio orrendo: che ristretti insiemeErano, quai di querce annose a Giove,Di cipressi coniferi a Diana,S'ergono i boſchi alteramente a l'aura.Fero timor n'assalse. E da l'un cantoPensammo di lasciar, che'l vento stessoNe portasse a seconda ovunque fossePurche lunge da loro: ma da l'altroD'Eleno ce'l vietava il detto espresso.Che per mezzo di Scilla, e di CariddiPassar non si devesse a sì gran rischio,E di sì poco spazio; e quinci, e quindiScevri da morte. In questa, che gia fermiEravam di voltar le vele a dietro;Ecco, che da lo stretto di PeloroNe vien Bora a grand'uopo, onde repenteA la sassosa foce di Pantagia,Al megarico seno, a i bassi liti
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