LIBRO TERZO.In vece d'occhio, e per bastone un pino,Onde i passi fermava. Avea d'intornoLa greggia a' piedi, e la sampogna al collo,Quella il suo amore, e questa il suo trastullo;Ond'orbo alleggeriva il duolo in parte.Giunto a la riva entrò ne l'onde a guazzo;E pria de l'occhio la sanguigna cispaLavossi, ad or ad or per ira 1 dentiDigrignando, e fremendo. Indi si stesePer entro'l mare. E nel piu basso fondoFu pria co' piè, che non fur l'onde a l'anche.Noi per paura (ricevuto in primaCome ben meritò l'ospite greco)Di fuggir n'affrettammo; e chetamenteSciolte le funi a remigar ne demmoPiu che di furia. Udì 'l ciclope il suonoE'l trambusto de' remi. E volti i passiVer quella parte, e'l suo gran pino a cerco,Poiche lungi sentinne, e lungamentePensò seguirne per l'Jonio in vano,Trasse un mugghio, che'l mare, e i liti intornoNe tremar tutti, ne sentì spaventoFino a l'Italia: ne tonaron quantiLa Sicania avea seni, Etna caverne.
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