LIBRO TERZO.Pallida sempre, e raggrinzata, e magra.Tosto che qui sospinti in porto entrammo,Ecco sparsi veggiam per la campagnaSenza cuſtodi andar gran torme errandoDi cornuti, e villosi, armenti, e greggi.Smontiamo in terra, e per far carne preseL'armi; a predare andiamo: e de la predaGli Dei chiamiamo, e Giove stesso a parte.Fatta la strage, e gia parati i cibi,E diſteſe le menſe; eravam lungoAl curvo lito a ricrearne assisi,Quand' ecco che da' monti in un momentoCon dire voci, e spaventoso romboNe ſi fan ſopra le bramoſe arpie;E con gli urti, e con l'ali e con gli ugnoni,Col tetro, oſceno, abbominevol puzzoNe ſgominar le menſe, ne rapiro,Ne infettar tutti, e i cibi, e i lochi, e noi.Era presso un ridotto, ove alta, e cavaRupe d'arbori chiusa, e d'ombre intornoFacea capace, ed opportuno ostello.Ivi ne riducemmo. E ne le menseRiposti i cibi, e ne gli altari i fochi,A convivar tornammo. Ed ecco un'altra
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