120DELL'ENEIDEDe l'orribil contage arſe, e corrotteCi negavano il vitto. Il padre mioPer consiglio ne diè, ch'un'altra voltaRinavigando il navigato mareSi tornasse in Ortigia. E che di nuovoRicorrendo di Febo al ſanto oracoloPerdon gli ſi chiedeſſe, aita, e ſcampoDa sì maligno, e velenoso influsso.Ed alfin del camino, e de la stanzaChiaro ne ſi traeſſe indrizzo, e lume.Era gia notte, e gia dal sonno vinta,Posa, e ristoro avea l'umana gente;Quando le sacre effigie de' Penati,Quelle, che meco avea tratte dal focoDe la mia patria; quelle stesse in sognoVive mi si mostrar veraci, e chiare:Tal piena, avversa, e luminosa lunaPenetrava per entro al chiuso albergoDi puri vetri i lucidi spiraglj:E come eran visibili, appressandoLa sponda, ov'io giacea, soavementeMi ſi fecero avanti, e n cotal guiſaMi confortaro: quel ch'Apollo stesso(Se tornaste in Ortigia) a voi direbbe;
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