DELL'ENEIDE112Or del ſcitico Marte i ſanti numiAdorando, porgea preghiere umìli:Che di sì fiera, e portentoſa viſtaMi si togliesse, o si temprasse almenoIl diro annunzio. E ritentando ancora,Vengo al terzo virgulto, e con piu forzaMentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,E lo scuoto, e lo sbarbo (il dico, o'l taccio?Un sospiroso, e lagrimabil suonoDa l'imo poggio odo che grida, e dice:Ahi perche sì mi laceri, e mi scempiPerche di così pio, così spietatoEnea ver me ti mostri? A chè molestiUn ch'è morto, e sepolto? A chè contaminiCol ſangue mio le conſanguinee mani?Chè ne di patria, ne di gente esternoSon'io da te: ne questo atro liquoreEſce da' ſterpi, ma da membra umane.Ah fuggi Enea da questo empio paese,Fuggi da questo abbominevol lito;Chè Polidoro io sono, e qui confittoM'ha nembo micidiale, e ria semenzaDi ferri, e d'aſte, che dal corpo mioUmor preſo, e radici, an fatto ſelva.
IIBR