46DELL'ENEIDEConsiglj s'argomenta a far, ch'in veceE'n sembianza d'Ascanio il suo CupidoSe ne vada in Cartago: e con quei doni,Con le dolcezze ſue, con la ſua faceAlletti, incenda, amor desti, e furoreNel petto a la Regina, onde sospettoPiu non aggia, o'l suo regno, o la perfidiaDe la sua gente, o di Giunon l'insidie,Che da pensare, e da vegghiar le dannoTutte le notti. E fatto a se venireL'alato Dio, così seco ragiona:Figlio, mia forza, e mia maggior possanza,Figlio, che del gran padre anco non temiL'orribil telo, onde percosso giacqueChi ne diè fin nel ciel briga, e spavento;A te ricorro: e dal tuo nume aitaChieggio a l'altro mio figlio Enea tuo frate.Come Giuno il perſegua, e come l'aggiaPer tutt'i mari omai ſpinto, e travolto;Tu'l ſai, che del mio duol ti ſei dolutoPiu volte meco. Or la Sidonia DidoL'ave in sua forza: e con benigni, e dolciModi fin qui l'accoglie, e lo trattiene.Ma là dov'è (lassa) che val comunque
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