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2 (1760) (1760)
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306
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306 DELL'ENEIDEDi dittamo un cespuglio, che recenteDi sua man colto, era di verde il gambo,Di tenero le foglie, e d'ostro i fioriTutto consperso, e ruggiadoso ancora.Quest'erba per natura a i capri è nota,E da lor cerca allor, che'l tergo, o'l fiancoNe van di dardo, o di saetta infissi.Con queſta Citerea per entro un nemboNe venne ascosa, e col salubre sugoD'ambrosia, e d'odorata panaceaMischiolla. E poscia i tiepidi liquori,Ch'eran gia presti in tal guisa ne sparse,Che niun ſe n'avvide. E n'ebbe a penaLa piaga infusa, che l'angoscia, e'l duoloCessò repente: il sangue d'ogni parteDe la ferita in fondo si raccolse:E seguendo, la mano, il ferro stessoCome da se n'uscìo. Spedito, e forte,E nel pristino suo vigor ridottoEnea dritto levossi. Japi il primoA che (disse) badate? E perche l'armeTosto non gli adducete? Indi, a lui voltoContra a' nemici in tal guisa infiammollo:Enea, non è, non è per possa umana,

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