302 DELL'ENEIDED'un tanto guiderdone unqua si tenne.Turno poscia che'l vide, che da lungeLo scorse, con un dardo il giunse in prima:Indi a terra gittossi: e qual trovolloDi gia caduto, e moribundo; il piedeSopr'al collo gl'impresse, e ne la strozzaLo suo stesso pugnal cacciogli, e disse:Trojano, ecco l'Italia, ecco i suoi campi,Che tanto desiasti: or gli misuraCostì giacendo. E questo si guadagnaChi contra a Turno ardisce. E'n questa guisaSi fondan le città. Dietro a costuiBute, e di mano in man Darete, e Cloro,E Sibari, e Tersiloco, e TimeteLanciando occise. Ma Timete in terraFerì, che per sinistro, o per difettoD'un suo restìo cavallo era caduto.Qual sopra al grande Egeo sonando, scorreIl tracio Bora; che le nubi, e i fluttiSi sgombra avanti: e questi a i lidi, e quelleA l'orizonte in fuga se ne vanno;Tal per lo campo ovunque si rivolgeFa Turno sgominar l'armi, e le schiere,E tal seco ne va furia, e spavento,
N