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2 (1760) (1760)
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300 DELL'ENEIDEGridava il teucro duce: ed ecco intantoVenir d'alto stridendo una saetta;Non ſi ſa da qual mano, o da qual'arcoSi dipartisse. O caso, o Dio che fosseChe tanta lode a rutoli preſtaſſe:L'onor ſe ne celò. Ne mai s'inteſeChi del ferito Enea vanto si desse.Turno poiche del campo Enea fu tratto:E turbar vide i suoi; di nuova spemeS'accese, e gridò l'armi. E sopra al carroD'un salto si lanciò; spinse i cavalliInfra' nemici. E molti a morte dienne,Molti ne sgominò: molti n'infranse:E con l'aste fuggendo, ne percosse.Qual'è de l'Ebro in su la sredda rivaIl sanguinoso Marte allor ch'entrandoNe la battaglia, o con lo scudo intuona,O fulmina con l'asta, e i suoi cavalliDa la furia, e da lui cacciati, e spintiNe van co venti a gara, urtando i vivi,E calpestando i morti: e fan col suonoDe' piè fino a gli estremi suoi confiniTremar la Tracia tutta, e van con essiLo spavento, il timor, l'insidie, e l'ire,

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