294DELL'ENEIDEIn ciel ripoſto; e qui tra noi famoſoViverà sempre. Ma di noi che fia,Ch'or ce ne ſtiam sì neghittoſi a bada?La patria perderemo? E da stranieri,E da superbi in servitute addotti;Preda, e ſcherno d'altrui ſempre ſaremo?Da queſto dir la gioventù commoſſaVie piu s'accende, e'l mormorio serpendoPiu cresce per le squadre. Onde i latini,E gli stessi laurenti, che pur dianziDi pace eran sì vaghi, e dì quiete,Pensier cangiando, e voglie: or l'arme tuttiGridano, tutti pregan che l'accordoSia per non fatto: e tutti an de l'iniquaCorte di Turno ira, pietate, e sdegno.In questa ecco apparir ne l'aria un mostroPer opra di Giuturna, onde turbati,E dal primo proposito distoltiFur da vantaggio de' latini i cuori.Videsi per lo lito, e per lo cieloDi rogio asperso, un di palustri augelliImpaurito, e strepitoso stuolo.Dietro un'aquila avea, ch'a mano, a manoGiuntolo de lo stagno in su la riva;
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