LIBRO DUODECIMO.293Entrò nel campo. E come ancor di peloAvea le guance lievemente asperseOrando anzi a l'altar pallido il voltoMostrossi, e chino il fronte, e grave il ciglio.Tale una languidezza rimirando,E tal del volgo un susurrare udendoGiuturna sua sorella, infra le schiereGittossi, e di Camerte il volto prese.D'alto legnaggio, di valor paterno,E di propria virtute era CamerteFamoso infra la gente, e tal sembrando,Gia de gli animi accorta, iva GiuturnaRumor diversi, e tai voci spargendo:Ahi che vergogna, che follìa, che falloRutoli è'l nostro, che per tanti, e taliSola un'alma s'arrischi? Or siam noi forseDi numero a nemici inferiori,O d'ardire, o di forze? Ecco qui tuttiAccolti i teucri, e gli arcadi, e gli etrusci,Che sono anco per fato a Turno infensi.A due di noi contra un di loro a mischia,Che si venisse, di soverchio ancoraForano i nostri. Ei, che per noi combatteNe sarà fra gli Dei, cui s'è devotoT iij
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