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2 (1760) (1760)
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292
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292 DELL'ENEIDENe l'imo abisso. Così come ancoraQueſto mio ſcettro (chè lo ſcettro in manoAvea per sorte) piu ne fronda mai,Ne virgulto farà; poiche recisoDal vivo tronco, o da radice sveltoMancò di madre, e gia d'arbore ch'eraSfrondato, diramato, e secco legnoDi gia venuto; e d'oricalco adorno,E per man de l'artefice ridottoIn questa forma, per quest'uso in manoDe i Re latini è posto. In cotal guisaTermati i patti, e l'ostie in mezzo addotteTra i piu famosi, anzi a l'accese fiammeLe svenar, le smembrar, le svisceraro:E siccom'eran palpitanti, e vive,Le fibre ne spiar, le diero al foco,N'empier le quadre, e ne colmar gli altari.Di gia disvantaggioso, e disegualeQuesto duello a rutoli sembrava.E gia varj bisbiglj, e varj motiN' eran tra loro. E com piu ſanamenteSi rimirava; piu di forze impariSi vedea Turno. Ed egli stesso indizioNe diè, chè lento, e tacito, e sospeso