LIBRO DUODECIMO. 28In così perigliosa, e dura impresaNon mi far col tuo pianto, e col tuo duoloSinistro annunzio. Chè s'a Turno è datoChe muoja; in suo poter piu non è postoChe di morire indugi. Indi a l'araldoRivolto: và (gli disse) e da mia parteQuest' ingrara, e spiacevole imbasciataPorta al frigio tiranno. Che dimaneTosto che fia la rubiconda AuroraA l'oriente apparsa; i teucri suoiContr'a' rutoli addur piu non s'affanni.Stiensi l'armi de' rutoli, e de' teucriPer mio conto in riposo. Chè tra noiCol nostro sangue a diffinir la guerra,E di Lavinia le bramate nozzeIn su quel campo a procurar ci avemo.Detto così; ver la magion s'invìaRapidamente: addur si face avantiI suoi cavalli, e le fattezze, e'l fremitoNotando, se ne gode, ꝯ ne concepeSpeme, e vittoria; che di razza uscitiEran gia d'Orizia, da cui PilunnoEbbe giumente, e corridori in dono,Che di candor la neve, e di prestezza
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