282 DELL'ENEIDEPiangendo, e per angoscia a morte giuntaLo tenea, lo pregava, e gli dicea:Turno, per queste lagrime, per quantoT'è, se pur t'è, de l'infelice AmataL'onor, l'amore, e la salute in pregio:(Gia che tu sola speme, e sol riposoSci de la mia vecchiezza, a te s'appoggia,In te si fonda di Latino il regno,E la sua dignitade, e la sua casa,Che ruina minaccia) in don ti chieggioAstienti di venir co' teucri a l'arme,Chè qualunque ne segua avverso casoSopra me cade. Ch'io teco di vitaUscirò pria, che mai suocera, o servaIo mi veggia d'Enea. Queste paroleDe la madre sentì Lavinia virgo:Di rugiadose lagrime, e d'un focoDi vergineo rossor le guancie asperse,Qual fora se di purpura macchiatoFosse un candido avorio, o che di roseSi spargessero 1 giglj. In lei mirandoIl giovine; d'amor non men che d'iraAcceso, a la Regina brevementeCosì rispose: ah madre mia, ti prego
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