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2 (1760) (1760)
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281
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LIBRO DUODECIMO. 282Italia tutta? Quando a mort io lasci(Voglia Dio che non sia) gir un che tantoAma la parentela, e'l sangue mio?Rimira de la guerra come vanaSia la fortuna. Abbi pietà del vecchioDauno tuo padre, che da te lontanoIn Ardea se ne sta mesto, e dolente.Turno a questo parlar nulla si mosseDe la ferocia ſua: crebbe piu toſtoIl suo furore; e lo rimedio stessoGli aggravò 'l male. Ei come pria potecFormar parola, in tal guisa rispose:Nulla per conto mio di me ti cagliaSignor benigno: anzi ti prego in gradoPrendi, ch'io per la lode, e per l'onorePatteggi con la morte. Ed anch'io padreHo le mie mani. Ed anco il ferro mioHa taglio, e punta: e fa ferita, e sangue.Non sempre avrà (cred'io) la madre a cantoChe di nube lo cuopra, e lo trafuggaCome vil feminella, e di van' ombreSeco s'involva. E ciò detto: si tacque,Ma la Regina de l'audace impresaDel genero dolente, e spaventata