280 DELL' ENEIDEMe l'avean prima. E pur da l'amor vinto,Che ti porto io, dal parentado astrettoCh'ho con la caſa tua, moſſo dal pianto,E da le preci de la donna mia,Dandola a te, mi sono al fato opposto:Ho rotto fede al genero; ho con luiPresa non giusta, e non sicura guerra.Da indi in qua tu stesso, tu che primoSoffri tante fatiche, e tanti affanni,Ai veduto in che rischj, in che travaglSiam noi caduti: che due volte rottiIn due sì gran battaglie; in questo cerchioNe siam rinchiusi a sostentare a penaLa speranza d'Italia. Il Tebro è caldoDel nostro sangue. I campi son gia bianchiDe le nostr'ossa. Ed io folle a che tornoTante fiate al precipizio mio?Chi così da me stesso mi sottragge?Se Turno estinto, io nel mio regno deggioI trojani accettar; chè non gli accettoOr ch'egli è vivo, e salvo? E chè non pongoFine a la guerra, a la ruina eſpreſſaDel mio regno, e de' miei? Che ne dirannoI rutoli parenti? Che diranne
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