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2 (1760) (1760)
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253
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LIBRO UNDECIMO.253Cio detto; il braccio in dietro ritraendoOltre il fiume lanciolla; e'l fiume, e'l vento,E'l dardo ne fer suono, e fischio, e rombo.Metabo da la turba sovragiuntoDe' suoi nemici: a nuoto al fin gittossi,E salvo a l'altra riva si condusse.Ivi d'un verde cespo, ove piantatoAvea Trivia il suo dono; il dardo, e lei,Divelse, e via fuggissi. E piu mai posciaNon fu da terti, o da cittadi accolto.Che per natìa fierezza a legge altruiNon si fora unqua additto. Il tempo tuttoDe la sua vita, di pastore in guisaMenò per monti solitarj, ed ermi;E per grotte, e per dumi, e per orrendeSelve, e tane di fere ebbe ricettoCon la fanciulla: a cui fu cibo un tempoFerino latte, e balia una d'armentoAncor non doma, e pavida giumenta.Ne le tenere labbra il padre stessoDe la fera premea l'orride mamme.Ne pria tenne de' piè ſalde le piante,Che d'arco, di faretra, e di nodosiDardi le mani, e gli omeri gravolle: