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2 (1760) (1760)
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241
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LIBRO UNDECIMO. 241Alto un gemito trasse. E d'ira accesoCosì proruppe: usanza tua fu sempreDrance, allor che di mani è più bisognoOprar la lingua: essere in corte il primo,L'ultimo in campo. Ma non più paroleIn questo loco, che gia pieno troppoNe l'ai; pur troppo grandi, e troppo gonfieL'avventi, e senza rischio, or ch'i nemiciSon lunge: e buone fosse, e buone muraCi son di mezzo, e non c'inonda il sangue.April qui bocca al ſolito, e rintuonaCon la facondia tua. Tu, che sei Drance,Me, che son Turno, imbelle, e vile appella.Tu la cui dianzi ſanguinoſa deſtraPieni i campi di morti, e pieni i colliHa di trofei. Ma che non pruovi ancoraQuesta tua gran virtù? Forse ch'avemoA cercar de' nemici? Ecco d'intornoCi sono, e'n su le porte. Andrem lor contra?Che badi? Ov'è la tua tanta prodezza?Sempre è nel vento? Sempre è ne la fugaDe la lingua, e de' piè? Tu mi rinfacciCh'io sia cacciato? Tu vituperosoDi dirlo osasti: E chi meritamenteTomo Secondo.