LIBRO UNDECIMO. 227E de' vinti da te. Ne fora menoTra questi 'l tuo gran tronco, s'a te fosseTurno stato d'età pari il mio figlio,E par de la persona, e de le forze,Che ne dan gli anni. Ma che piu trattengoQuest'armi a' teucri? Andate, e da mia parteRiferite ad Enea, che quel ch'io vivoDopo Pallante, è sol perche l'invittaSua destra (come vede) al figlio mio,Ed a me deve Turno. E questo soloGli manca per colmar la ſua fortuna,E'l suo gran merto, che per mio contentoNo'l curo: e contentezza altra non deggioSperare 10 piu, che di portare io stessoQuesta novella di Pallante a l'ombra.Avea l'aurora col suo lume intantoIl giorno, e l'opre, e le fatiche insiemeRicondotte a' mortali. Il padre Enea,E'l buon Tarconte, ambi in su'l curvo litoI cadaveri addotti; a' suoi ciascuno,Com'era l'uso, un'alta pira eresse,La compose, e l'incese: e mentre il focoDi fumo, e di caligine covertoTenea l'aere intorno: in ordinanzaPij
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